Parc Güell, 2012.
Paolo é un antropologo. Lavora come modello per pittori e artisti a Barcellona, e balla una danza libera chiamata contact dance. Nella cittá dei draghi Paolo ha trovato il suo equilibrio interiore, perché in fondo glielo insegnò la danza, in tutto questo infinito viaggiare: é tutto un gioco di equilibri. Ciascuno deve trovare il suo, non si tratta né di un percorso facile, né preesistente e nessuno sta all´incrocio, col dito puntato a indicare la strada. E non bisogna essere ciechi alla profondità dei luoghi: ogni cambiamento interiore é frutto non solo di passi di marcia sulla superficie dei passanti, non soli paesaggi. Si tratta di ritmi, d´interazioni di tempi interiori con i tempi degli altri, dell´Altro. Con questa prospettiva, che per molti viaggiatori può aprirsi inedita e improvvisa con la forza di un´epifania, il mondo si risemantizza. Non ci si chiede più allora cosa stia facendo un burattinaio sul ponte di stare mesto a Praga, o un chitarrista seduto al sole di un muretto lungo il cammino voluttuoso di Parc Güell, o Paolo, a Barcellona. Loro vivono, ti rispondono senza parole ma attraverso il loro stesso esistere nel mondo intorno. Vivono, e sono felici. Glielo leggi negli occhi, nella serena profondità dei passati che vogliono fare quello che stanno facendo, vogliono essere quello che stanno essendo e così facendo sono autentici in se stessi, sensazione rara e incredibile.
La felicità: essere autentici. Questo é l´obiettivo, dice a Paolo, l´obiettivo e il processo interiore allo stesso tempo.
E il lettore si aspetterà il fatidico “come disse…” per legittimare questi pensieri. Lettore: lascia perdere le citazioni, dimentica. Sono solo cartelli, indicano strade già percorse. Sono asintoti, promettono perfezioni che portano laddove uno trova il significato, chiunque altro il nulla. Ascoltati, questo solo cerca di compiere. Non cercare indicazioni; piuttosto, allacciati le scarpe e senti.
E qui ritorno alle parole che hanno aperto il flusso di questi pensieri: I´m feeling selfish, but just on the surface. Viaggiare é un catalizzatore impareggiabile per l´immaginazione e puó scuotere, plasmare e creare cammini interiori impensati e impensabili. Ma allo stesso tempo é anche un modo facile, oggi, di sedare quell´irrequietudine interiore che morde sotterranea e crea anfratti di senso nell´anima. Questi vuoti restano, invisibili alla superficie. Li percepiamo nelle notti solitarie, senza sonno, nelle parentesi di vita, nei respiri trattenuti al brulicare di massa. Echi di domande come boati abitano l´anima e la spingono altrove da sé.
Movimento.
Cambiamento.
E la suadente illusione di trovare sulla strada le risposte.
Le strade.
Come fare per resistere al richiamo del nuovo, straniante, a restare al centro di se stessi quando i venti vuoti vogliono vedere dentro e non trovano freni, come accettare l´ancora di se stessi?
Ascoltandosi, fermandosi un istante. Rallentare non significa stasi, bensì movimento nel profondo. Il cieco lo sa bene, che non esiste soltanto una direzione. Talvolta mi capita ancora di avvertire impulsi contrastanti, presa tra due correnti: la mia trottola chiede velocità ma le manca un perno, una motivazione. E allora mi siedo, ovunque mi trovi: panchina, scale di un parco, giardino di una biblioteca, sedile d´automobile.
E scrivo.
E mentre scrivo noto come le parole nascono da sole, come se le avessi tenute dentro per tanto, troppo tempo, ma non le avessi mai veramente considerate tanto seriamente da vederle pronunciate e provviste di corpo. Le vedevo in movimento, tracce illeggibili e sfuocate nella spirale forsennata del mio corso. Ma queste parole non se ne vanno, come i paesaggi e le strade. Si focalizzano e riempiono poco a poco gli anfratti vuoti, rispondono ai boati e silenziano le angustie.
Muoversi significa anche restare fermi dopo tanto viaggiare. E da qui mi muovo, via da questo parco, via da questa città, alla ricerca di un luogo interiore in cui fermarmi.
Arrivederci, Barcellona.
MaNu.

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